Dubai, la “Perla del Golfo Persico” 

Archiviato in: 1000 posti da vedere il 29 Luglio 2010 da Claudia | 6 commenti

Dubai, indubbiamente il più famoso dei sette Emirati Arabi, rappresenta quello che non ti aspetteresti da uno Stato di origine culturale islamica, solitamente la più attaccatta a tradizioni e principi morali che limitano ogni qualsivoglia manifestazione di edonismo fine a se stesso.

Dubai è infatti considerata la capitale del divertimento nel Medio Oriente; per gli amanti della vita notturna che giungono qui da tutto il mondo, offre una varia e raffinata scelta di bars e clubs. I turisti hanno inoltre la possibilità di praticare ogni tipo di sport dalla tradizionale falconeria agli sports d’acqua, dal golf allo scii sulle dune del deserto. Chi è alla ricerca del lusso sfrenato troverà di che sentirsi appagato allogiando in uno degli alberghi del posto. La volontà di diffondere una simile immagine sull’Emirato comporta una netta separazione tra le aree turistiche e quelle residenziali, dove è possibile praticare pubblicamente il culto islamico.

Benchè il primo pensiero riguardo alla crescita esponenziale di Dubai negli ultimi 10 anni vada al petrolio, viene sottolineato con enfasi l’irrisorio contributo dell’oro nero al PIL nazionale (previsto circa l’1% nel 2010), al contrario del turismo che garantisce introiti fino al 20% del PIL. La svolta verso il potenziamento del settore turistico iniziò con il Burj Al Project nel 1994 (Burj Al Arab Hotel), che rappresentò l’attuazione di una vera strategia di lungo termine con l’obiettivo di diventare metà turistica di prima scelta a livello mondiale.

Il turismo così come l’industria dell’informatica, della tecnologia e dei media contribuiscono alla crescita senza freni di Dubai, paragonata all’espansione illimitata nel gioco virtuale Sim-City. Centro di infrastrutture altamente innovative e all’avanguardia, Dubai ospita il grattacielo più alto al mondo, la Burj Khalifa, ed è in procinto di sviluppare il grattacielo tecnologicamente più avanzato, The Pad, basato sull’idea di un i-Pod con stanze rotanti, panorami virtuali proiettati alle finestre e illuminazione pronta a rispondere agli stati d’animo dei soggetti all’interno.

Da una rapida raccolta di informazioni su Dubai è evidente che essa non rappresenta la classica mèta turistica come noi siamo soliti intenderla. Dubai è un viaggio nel futuro e nella tradizione al tempo stesso, stupisce nella sua magnificenza e in ogni suo tentativo di spingere sempre più in là i limiti umani attraverso l’espressione architettonica. Resto convinta del fatto che il turista diretto qui non abbia come interesse primario la riscoperta della storia o della cultura locale, tanto da concedermi la libertà di associare a Dubai una certa affinità con la Las Vegas del Medio Oriente. Sareste mai disposti a spendere (termine quantomai appropriato parlando di Dubai) una vacanza, per così dire, in luoghi “alternativi” come questo?

Direi piuttosto, chi non si farebbe allettare dall’idea di trascorrere una notte all’Atlantis The Palm avendone la possibilità?

Claudia

Fonte: http://www.dubaitourism.ae

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Flippers: quadri d’autore per il divertimento! 

Archiviato in: miti passati e presenti il 22 Luglio 2010 da Maurizio il Giardiniere | 26 commenti

Pressoché scomparso dai bar italiani (resiste solo in alcune sale giochi), sostituito da noiosissimi e brutti videopoker, il flipper o pinball ha segnato un’epoca in fatto di giochi da bar insieme al biliardino (o calciobalilla).

Nato negli anni trenta in versione meccanica, la prima versione del flipper consisteva in un semplice piano inclinato dove venivano fatte scendere dall’alto delle biglie d’acciaio lanciate tramite un pistone a molla.
                                                         
Le biglie, scorrendo lungo il piano inclinato, finivano più o meno casualmente dentro delle buche  a cui corrispondevano dei punteggi. La vittoria era collegata al raggiungimento di un punteggio massimo.

Il flipper, col passare degli anni, venne dotato di luci, suoni e tutta una serie di congegni elettrici ed elettronici che lo resero sempre più divertente, ma l’innovazione più importante fu  sicuramente quella delle alette. Comandate da due pulsanti posti ai lati del piano inclinato, le alette servivano a respingere la biglia in modo da indirizzarla verso le buche o i bersagli.Sulle prime alette c’era impressa la scritta “flippers” e da quella scritta si ispirarono italiani, francesi e tedeschi per dare il nome al gioco.

Negli anni sessanta in Italia il flipper fu considerato gioco d’azzardo e fu oggetto di regolamentazioni e limitazioni, ma intervennero dei costruttori nazionali che fecero modelli adatti alle normative italiane e il “boom” del flipper in Italia fu grandioso e definitivo.
Se i “ragazzi” degli anni ’50, ’60 e ’70 sanno tutto dei “funghi” respingenti, dei “bonus”, del “tilt” (e di come evitarlo), sicuramente sono pochi quelli che sanno del lato artistico del flipper.

 

Non è possibile comprendere il fascino del flipper senza dare la giusta importanza alla bellezza dei disegni che erano il loro leitmotiv, disegni resi ancor più belli dalle luci e dai suoni emessi dal flipper ogni qualvolta la biglia colpiva un “fungo”o un respingente, ogni volta che si vincevano punti bonus oppure quando arrivava il temutissimo “tilt” !!

Dietro a quei disegni c’era il lavoro paziente e meticoloso di veri e propri artisti, di autentici professionisti che grazie al loro talento resero quelle macchine  belle oltre che divertenti, dei veri e propri quadri d’autore elettronici!

Per carità, nulla a che vedere con i capolavori di Michelangelo e  di Van Gogh , ma i disegni di Michele “Mike” Martinelli, Lorenzo Rimondini, Toni Ramunni, Luigi “Cortez” Corteggi, Adriano Nardi, Roy Parker, Art Stenholm, Ed Krynski, Gordon Morison, Christian Marche e di molti altri, hanno sicuramente segnato un’epoca rendendo belli i flipper con cui molti di noi hanno giocato e si sono divertiti.

Pensate che fino agli anni ‘80 i  loro nomi venivano addirittura tenuti segreti per assurde politiche aziendali, ma  molti di loro riuscirono comunque ad inserire le proprie firme nascondendole tra i particolari della grafica del gioco.

Se il flipper ha fatto divertire tante generazioni di ragazzi (e non solo) è anche grazie a questi signori.Questo articolo mi è sembrato un doveroso tributo a tutti loro.

A proposito: io andavo pazzo per il flipper dedicato al poker e per quello dedicato al biliardo; a voi quale flipper piaceva o  vi ricorda un particolare momento della vostra vita?

Maurizio il Giardiniere

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Persone, lavoro e comunicazione… 

Archiviato in: comunicando il 16 Luglio 2010 da Marco Gentili | 6 commenti



Con questa prima parte del Post di Marco Gentili apriamo una nuova categoria di articoli che si chiama "comunicando" dove ognuno di noi può raccontare sue storie e momenti di vita vissuta…

Negli anni ’70 il mio Liceo è stato tutto un enorme lavoro di gruppo, più limitatamente anche l’esperienza universitaria successiva.

Ne avevo diversi, costituiti da differenti compagni: quelli per le materie umanistiche dove si discuteva pariteticamente all’infinito, specialmente sull’interpretazione di cose letterarie e speculazioni filosofiche; quelli per le lingue dove ero a traino; quelli per le materie scientifiche dove ero un leader indiscusso, di fatto una sorta di docente secondario.

Poi c’erano le squadre di calcio, pallavolo, pallacanestro. Lì ero in panchina, più spesso nemmeno c’ero.
I più difficili ed estenuanti lavori di gruppo erano i primi, dove ci ritrovavamo alla pari in 3-4 a governare il fare di 6-8, troppo facile fare la riserva o il leader in un gruppo, il difficile sono le dinamiche di confronto paritetiche tra tante persone.

I lavori di gruppo mi hanno insegnato tantissimo, molto più dei contenuti che in essi io e i mie compagni abbiamo affrontato.
Mi hanno messo in condizione di sperimentare per arrivare ad apprendere: la capacità di ascoltare; la necessità di usare la gentilezza; il senso di responsabilità; la capacità di gestire il conflitto; perfino la capacità di sopportare la frustrazione.

Questo l’ho sempre saputo, da quando ho finito il Liceo. Sapevo che in quei lavori di gruppo avevo imparato a relazionarmi e comunicare ma non sapevo sino a qualche anno fa che nome dare a quello che quei concitati e rumorosi gruppi mi hanno insegnato.

Dagli anni ’90 sino ad oggi mi sono occupato, tra le tante cose, di figure professionali per l’informatica, delle competenze e capacità che dette figure devono saper esprimere. Queste competenze tecniche ho codificato utilizzando gli standard, modelli e approcci che si sono evoluti nel tempo.

Non troppo difficile codificare queste competenze tecniche, facile metterle in relazione con specifici interventi formativi in ambito universitario o post universitario, come anche in termini di quella che è stata chiamata formazione continua.

Sapevo che le competenze tecniche erano importanti, ne ho curato l’apprendimento per quanto riguardava la mia carriera e le ho ricercate nei colloqui di selezione in cui valutavo chi assumere nell’azienda in cui lavoravo.

Eppure ero perfettamente cosciente che non bastava concentrarsi su queste competenze tecniche. Per questo riuscii a convincere l’azienda a predisporre una prova scritta prima di colloqui.
Non i soliti test logici che tanto vanno di moda per valutare la capacità di ragionare. Personalmente non mi hanno mai convinto, forse anche perché quelli a cui sono stato sottoposto quando ero io ad essere valutato hanno sempre portato a scarsi risultati.

La mia prova scritta era semplicemente un tema contingentato ad un massimo di pagine. Non un tema su argomenti tecnici, relato a quelle che ho chiamato competenze tecniche. Un tema su un argomento di attualità, di vasta conoscenza così che tutti fossero preparati a parlarne.

Quello che m’interessava valutare non era tanto l’originalità delle tesi esposte quanto la capacità di comunicare idee e significato in maniera limpida, sintetica, efficace.All’epoca in cui davo da svolgere questi temi che personalmente rileggevo, non sapevo ancora che nome dare a quello che stavo comunque valutando e prendendo in considerazione, la chiamavo la capacità di comunicare. Ovviamente anche il colloquio orale serviva allo scopo.

continua…

Marco Gentili

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La diatriba sulla cicala. 

Archiviato in: Animali&animali il 13 Luglio 2010 da Antonella | 16 commenti

Quale migliore colonna sonora per l'estate se non il frinire delle cicale…

Il caratteristico canto di questi insetti è un tradizionale sottofondo di molte delle nostre giornate estive, compagne "quasi invisibili" di giornate caldissime e quasi sembra che con il loro frinire misurino la temperatura infatti tanto più è caldo tanto sembra essere più forte!

La fama negativa della cicala è quella di vivere alla giornata cantando senza preoccuparsi del domani, assurgendo così a simbolo dell'imprevidenza.

Infatti Esopo nella sua favola "La cicala e la formica" narra che la prima dilettandosi a cantare tutta l'estate non si preoccupava di fare scorte per l'inverno al contrario della formichina che invece le faceva abbondantemente.Giunto l'inverno alla richiesta d'aiuto della cicala affamata la formichina domandò cosa avesse fatto tutta l'estate e la cicala rispose di aver sempre cantato e la formica replicò: «Allora adesso balla!».

Mentre per Platone le cicale sono gli antichi artisti, specie nel campo musicale e dell'eloquenza, che hanno smesso di mangiare e accoppiarsi per amore della propria disciplina e secondo Orapollo la cicala simboleggiava l'iniziazione ai misteri, poiché essa anziché cantare con la bocca, come tutti, emette suoni dalla coda.

Infine Plinio il Vecchio sosteneva che le cicale si nutrissero di sola rugiada e ciò faceva sì che il loro corpo non contenesse sangue e non dovessero espellere escrementi e di qui l'idea della purezza.

Quindi a Voi l'ardua sentenza salvare e ritenere la cicala come un simbolo positivo oppure buttarla giù dalla torre come simbolo negativo della vita vissuta alla giornata?

E voi vi sentite più formica o più cicala?

Antonella

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La crisi che non finisce e la manovra finanziaria 

Archiviato in: attualità il 10 Luglio 2010 da Gherardo Staffolani | 83 commenti

Monaldo Leopardi, recanatese, grande bibliofilo e uomo di cultura, vissuto a cavallo del XVIII e XIX secolo, dimenticato dai più “per colpa” del suo più grande figlio Giacomo, intorno al 1816 commentando l’editto per l’erezione di un nuovo catasto terriero (Catasto Gregoriano) dopo la parentesi napoleonica, ritenendo, a ragione, che servisse ad imporre nuove imposte fondiarie ha scritto, tra l’altro, “questo sistema di tassazione è iniquo perché colpisce solo pochi  ( i proprietari terrieri); non è forse meglio imporre una tassa sul sale, anche leggera, così si colpisce in modo dolce tutti?”.

Sono passati quasi due secoli, due guerre mondiali, tante guerre coloniali, abbiamo passeggiato sulla luna, navighiamo in internet, ma sostanzialmente nulla è cambiato: il rigore fiscale, con la scusa di colpire tutti, rassomiglia ancora molto dalla “tassa sul sale” agognata da Monaldo Leopardi.

Si parla molto di non mettere le mani nelle tasche dei cittadini, di ridurre gli sprechi e le spese e quant’altro, ma alla fine l’inciso è sempre Pantalone.

Personalmente una proposta ce l’avrei, anche se non mi riesce di calcolarne di effetti quantitativi; provo ad esporla.
Il nostro sistema statale ha molti enti pubblici, tanti utili e forse di più inutili; di essi alcuni sono ad elezione diretta altri indiretta.
Per i componenti di questi enti proporrei una revisione dei loro compensi e di alcune guarentigie.

1)    Auto blu: taglio secco del settanta per cento;
2)    Presidente della Repubblica, compenso mensile di Euro 25000,00;
3)    Presidente del Consiglio, compenso mensile di Euro 25000,00;
4)    Presidenti del Senato e della Camera, compenso mensile di Euro 15000,00;
5)    Vice presidenti del Senato e Camera, compenso dell’aula di appartenenza maggiorato del 20%;
6)    Presidenti di commissioni parlamentari, maggiorazione del 5% sul loro compenso di base;
7)    Senatori, compenso di Euro 10000,00 al mese;
8)    Deputati, compenso di Euro 8000,00 al mese;
9)    Ministri, compenso mensile di Euro 15000,00
10)    Sottosegretari, maggiorazione del 20% del compenso spettante ai deputati;
11)    Presidenti delle Regioni, compenso mensile tra gli 8000,00 e i 10000,00 Euro in relazione alla popolazione residente;
12)    Consiglieri regionali, compenso di Euro 5000,00 al mese;
13)    Assessori regionali, maggiorazione del 20% compenso mensile da consigliere;
14)    Presidenti di commissione, maggiorazione del 10% del compenso mensile ds consigliere;
15)    Presidenti delle provincie, compenso mensile tra i 5000,00 e gli 7000,00 Euro in relazione alla popolazione residente;
16)    Consiglieri provinciali, compenso mensile di Euro 2000,00;
17)    Assessori provinciali e presidenti di commissione stessa maggiorazione spettante agli omonimi regionali;
18)    Sindaci, di macrocomuni come Milano, Roma, Napoli, Torino, Palermo, Bologna, compenso mensile di Euro 10000,00;
19)     Sindaci di comuni con popolazione residente tra le 100000 e 500000  persone compenso mensile di Euro 7000,00;
20)    Sindaci di comuni con popolazione residente tra le 30000 e i 99999 persone compenso mensile di Euro 5000,00;
21)    Sindaci di comuni con popolazione residente tra le 10000,00 e i 29999,00 persone compenso mensile di Euro 4000,00;
22)    Sindaci di comuni con popolazione residente tra le 3000 e i 9999 persone compenso mensile di Euro 3000,00;
23)    Sindaci di comuni con popolazione residente tra le 1000 e i 2999 persone compenso mensile di Euro 2000,00;
24)    Sindaci di comuni con popolazione residente fino a 999 persone compenso mensile di Euro 1500,00;

Inoltre, se per lo svolgimento delle loro funzioni adoperano mezzi propri rimborso kilometrico a tariffa ACI.
I suddetti compensi sono esenti da imposta se i beneficiari non svolgono altre mansioni per il periodo del mandato, altrimenti per il 50% devono essere soggetti ad imposta ordinaria, e producono, ai fini pensionasti, cumulo contributivo pari al 30% del loro ammontare.

Il tetto pensionistico consigliabile è di Euro 15000,00 mensili, quello minino di Euro 1000,00.
Tutti gli emolumenti sono soggetti a scatti biennali in relazione agli indici Istat della media dei prezzi al consumo.

Per i nostri consiglieri europei consiglieri lo stesso emolumento dei Senatori, maggiorato del 20% per spese di viaggio ed alloggio.
Inoltre se un deputato, un senatore, un consigliere di varia natura non viene rieletto nulla gli spetta, avrà sua pensione, se maturata, al compimento del sessantacinquesimo anno di età, altro che assegni di “solidarietà” per mancata rielezione per oltre sette milioni di Euro ad ex-senatori, o assegni “di reinserimento nella vita sociale” che oscillano tra i 200000,00 e 300000,00 Euro a Mastella, Cossutta, Biondi, D’Onofrio ed altri.

Non ho strumenti per calcolare il risultato prodotto nei conti pubblici di questa proposta, penso che valgano molto di più della “manovra Tremonti” e sulla gente, che è costretta ogni giorni a stringere di più la cinghia, abbia un effetto salutare.

Da molto fastidio venire a sapere che il Presidente degli USA percepisce meno di qualche Presidente di Regione o di Provincia o che Zapatero percepisce meno dei nostri Deputati e Senatori.

Che ne pensate?

Gherardo Staffolani   

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La Madonna ama le pastorelle e le “cerque” sibilline! 

Archiviato in: leggende e tradizioni il 8 Luglio 2010 da Cecco da Ascoli | 16 commenti

Nelle epoche passate il Popolo Sibillino deve essere stato molto importante se per esso, addirittura, la Madonna si è scomodata ben cinque volte per venirlo a trovare.
Tra tutti i posti che ci sono al Mondo la Madonna ha scelto proprio le zone sibilline per farsi “vedere”. Chissà perché?

-    La prima apparizione si è avuta all’Ambro di Montefortino e per essa la tradizione narra quanto segue: "Nel maggio del Mille, la Vergine SS.ma, cinta di straordinario splendore, apparve in questa sacra roccia, all'umile pastorella Santina, muta fin dalla nascita. La fanciulla ottenne il dono della parola in premio delle preghiere ed offerte dì fiori silvestri che ogni giorno faceva all'immagine della Madonna, posta nella cavità di un faggio (….. probabilmente una quercia dato che nel "Bollettino del Comitato per la costruzione della strada rotabile " per l'Ambro - Anno 1 - N. 1 - Settembre 1898 è riportato: "…..su in alto, ben disposta al tronco di una quercia, campeggiava l'immagine della Regina dell'Ambro, cui erano di padiglione quei rami annosi … );

-    La Madonna poi è apparsa a Preci, nella località ove oggi si trova la Madonna della Peschiera. Anche in questo caso l’unica a vederla è stata una povera pastorella;

-    Nel 1309 nella zona di San Pellegrino di Norcia, ove oggi si trova la chiesa di Montesanto, la Vergine apparve  tra i robusti rami di una quercia ad una fanciulla che stava pascolando le sue pecore in quei paraggi;

-    nel XVI secolo a Savelli di Norcia, precisamente nella località chiamata Valcaldara, una miracolosa apparizione della Madonna si manifestò, sempre tra i rami di una quercia, ad una fanciulla (forse una pastorella). In questa località ci sono tuttora i ruderi di un grande santuario dedicato alla Madonna della Quercia;

-    Una strana apparizione è quella che si è verificata ad Amatrice, cittadina situata tra Ascoli Piceno e Rieti e famosa per la pasta all’amatriciana. La tradizione, alquanto leggendaria, riferisce che “il 24 di maggio dell’anno 1471 si verificò lo straordinario ritrovamento che dette origine alla leggenda di fondazione del Santuario. In quella data, infatti, la giovane pastora Chiarina di Valente, sorpresa da un temporale, trovò precario rifugio sotto le fronde di una grande quercia nel bosco della Filetta. D’improvviso, il lampo di un fulmine illuminò un oggetto che attrasse l’attenzione della fanciulla: cessata la pioggia, Chiarina rinvenne fra le foglie del sottobosco un prezioso cammeo che recava incisa l’immagine di una bella donna raggiante. Tornata a casa, la giovane mostrò la pietra al parroco della chiesa dei Santi Lorenzo e Flaviano, che ravvisò nell’incisione l’immagine della Madonna”. Ogni anno per la Madonna di Filetta si fanno grandi festeggiamenti nonostante che l’immagine del cammeo mostri una donna nuda con la faretra, probabilmente Diana, la Dea della caccia.

Queste cinque apparizioni sibilline dimostrano due cose:

-    la prima che l’albero preso di mira è la quercia e non è difficile capirne i motivi (all’avvento del Cristianesimo la quercia sacra dei Druidi doveva sparire);

-     la seconda che per ottenere i miracoli bisogna essere pastorelle, meglio se povere.

A questo punto c’è solo una cosa da fare: comprare quattro pecore.

Cecco d'Ascoli
Giuseppe Matteucci
Pres. Associazione "La Cerqua Sacra"
Cultura Popolare Sibillina
lacerquasacra@email.it
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Tempi duri per i troppo buoni! 

Archiviato in: consumatori il 2 Luglio 2010 da admin | 25 commenti

L'opinione di… Giorgio Barani
(Funzionario nazionale Eurofood Spa)

In giro per l'Italia assistiamo a fenomeni irriducibili. C'è nel canale horeca  e superhoreca di tutto, chi si lamenta (tanti), chi gioisce (pochi) e chi capendo e interpretando il momento di tutte le aziende, che hanno tagliato e ridotto i budget al minimo storico, ci sta facendo i conti.

L'essenziale senza sprechi, è la parola d'ordine, e quando questa non trova rispondenza, clienti e consumi si spostano da una parte all'altra, e senza lamentele si perde il cliente. Non ci si vuole accorgere che tutti, dico tutti, oggi fanno i conti con qualità e prezzo, molti con prezzo e qualità!!! Occhio alla differenza. Ho visto aziende, anche la mia, cambiare hotelleria per aver avuto con qualità di gran lunga superiore una forte riduzione sui pernottamenti. Ho visto eccellenti ristoratori tagliare qualità per diminuire i prezzi.

Ho visto poca qualità nel caffè di molti bar e ristoranti (bisognerebbe mappare quelli eccellenti con un segno identificativo dove la qualità del caffè è ai massimi livelli). Non ci si rende conto che il cliente sempre più attento, sempre più informato, ha acquistato cialde e macchine dal caffè espresso, e i caffè del mattino e della sera tende a consumarli in casa, non perché risparmia, ma perché è certo della qualità che beve.

Ho visto fare un uso sconsiderato della moda del vino a bicchiere; chi pretende (anche molti ristoratori stellati e non) di incassare il costo bottiglia con 2 bicchieri offrendo e aprendo solo vini di scarsa qualità e spesso a costi alti. Non rispettare i 10 cl che dovrebbero arrivare nel bicchiere discutendo con il cliente la scarsa quantità versata!!! Ho visto e vedo di tutto, ma vedo un fermento di tanta positività in ogni settore dell'hotelleria.

Vedo il cliente che premia sempre di più la sostanza a posto della moda perché il consumatore a cui è stato somministrato di tutto oggi c'è più di ieri, sa quello che vuole, spesso cerca solo quello e si può riconquistare senza molto sforzo, ma semplicemente coccolandolo e ricoccolandolo, facendo comunicazione nel proprio esercizio delle cose cambiate, dei punti di forza della struttura, ideati, pensati, proposti con sacrifici per lui e solo per lui, evidenziando tanta qualità sempre al giusto prezzo. Parliamone, diciamo sempre quando qualcosa non va o non ci è piaciuto. Servirà sempre a sentirsi meglio.

Alla prossima…

Giorgio Barani

Giorgio Barani, an official of Eurofood SpA, believes the times for hospitality business are hard. To lower the prices many restaurants are forced to cut on quality too – using cheaper coffee blends, or when serving the wine by glasses choosing scarce quality sorts or rather putting less wine in the glasses. This questionable practices are real all over Italy. But from the positive side, customers today are very well informed and aware of what they want, they are not ready to make tremendous efforts to get it, and so if something goes wrong in the restaurant – they simply walk away with no scenes or explanations. So, talking to the customer is actually crucial for hospitality today and tomorrow.

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Paese che vai, usanze che trovi! 

Archiviato in: costume e società il 1 Luglio 2010 da Claudia | 13 commenti

A volte ci viene così naturale intuire la provenienza geografica di una persona incontrata per strada o al bar, semplicemente osservando quei tratti e usi che rendono un popolo inconfondibile rispetto agli altri.

Un rapido escursus sulle usanze di altre culture può rivelarsi utile ai fini della civile convivenza multietnica, in quanto conoscere le motivazioni profonde di abitudini tipiche di altri gruppi sociali permette di dare loro una spiegazione e un senso compiuto.

Silenziosi ma estremamente attivi, i cinesi in Italia rappresentano la seconda comunità asiatica per presenze. Abbastanza noto è l'atteggiamento distante che adottano gli originari dell'Estremo Oriente, tanto che la nostra pacca sulle spalle verrebbe concepita come un atto di maleducazione ed assolutamente da evitare sono i baci sulle guance al momento del congedo. Attenzione a chiedere informazioni ai passanti: in Cina ammettere di non sapere qualcosa vuol dire "perdere la faccia", quindi ad una richiesta di informazioni si avrà sempre una risposta anche se potrà essere completamente falsa. Tale pratica è diffusa anche in Giappone e perfino nei Paesi Arabi.

I malintesi sono dietro l'angolo quando, a tu per tu con un indiano, ci troviamo a dover rispondere con un cenno della testa: ricordate infatti che girare la testa come per dire "no" significa "sì", mentre per dire "no" agitano lateralmente la testa accompagnata da un gesto sprezzante della mano. Non offendetevi se non doveste sentirvi dire "grazie" o "per piacere": non sono termini che esistono nella lingua indiana.

Padroni di una cultura molto radicata, gli arabi hanno la convinzione che gli occidentali non debbano guardare le donne arabe, specie se in dolce attesa: in questo caso diventa gravissimo perchè una superstizione chiamata "l'occhio del diavolo" dice che lo sguardo dello straniero (specie se l'occhio è di colore azzurro) può provocare malattie. Non deve destare stupore vedere due uomini camminare mano nella mano: non è segno di omosessualità ma di amicizia. Se invitati a casa altrui, tenete presente che un padrone di casa arabo non dirà mai ad un ospite di andarsene, quindi quest'ultimo lo dovrà capire da alcuni gesti come l'accensione di un narghilè o altri segni di fine serata.

Passando ad una società che presenta per motivi storici più elementi in comune con il background culturale europeo, negli Stati Uniti l'invito a casa diventa una questione pro forma, ovvero senza grande peso, mentre è irrinunciabile in altre civiltà come abbiamo visto poc'anzi. Una forte pacca sulla spalla è inoltre vista come una dimostrazione di forte stima. In ambito decisamente più cavalleresco, da sottolineare è l'usanza di lasciare che le donne entrino prima degli uomini nei locali pubblici (viceversa in Europa).

Alla luce di queste osservazioni viene da chiedersi quanto noi saremmo capaci di accogliere usanze e modi di comportarsi di altri popoli, quando spesso ci infastidiscono atteggiamenti di persone che tutto sommato non mostrano differenze culturali così evidenti. Per quanto vogliamo essere amanti della nostra cultura, dovremmo mostrare un buon grado di apertura mentale, se non altro per maturare la consapevolezza che abitudini che oggi identificano un gruppo sociale, sono in realtà il frutto di una tradizione e di un percorso storico sviluppatosi nel corso di secoli. Daltronde come si suol dire, il mondo è bello perchè vario, no?!

Claudia

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Aurum… l’oro di lieve peso! 

Archiviato in: Prodotti il 28 Giugno 2010 da Oltjana | 14 commenti


L'Aurum è una bevanda alcolica con una gradazione di 40°, nato dall’unione fra un distillato di vino brandy ed un infuso di agrumi all’arancio, caratterizzato da una perfetta fusione di profumi e sapori, netti e precisi, condensati negli alambicchi della distilleria e poi equilibrati in botti di rovere nella quiete delle cantine.E' un prodotto di nicchia, poco conosciuto al di fuori della regione, ma che rappresenta una delle specialità abruzzesi più apprezzate.

Viene prodotto a Pescara e la sua nascita risale agli anni trenta ed è legata al nome di Amedeo Pomilio che, alle doti di imprenditore appassionato, univa una grande attività di uomo di cultura.

Il nome del liquore venne scelto dal poeta Gabriele D’Annunzio ai primi del Novecento, in riferimento alle origini romane attribuite alla ricetta. La parola deriva dal termine latino aurantium  per l'arancio, il frutto dell’oro.

L’Aurum si abbina molto bene ai dolci, specialmente con il parrozzo o pan rozzo che altro non è che un dolce pescarese inventato da Luigi D’Amico , titolare di un caffè nel centro, ed amico del grande Vate, il quale dopo averlo assaggiato per primo gli dedicò un sonetto in vernacolo da dove scaturì poi la "Canzone del Parrozzo",  scritta dall'umanista De Titta e musicata dal maestro Di Iorio.

Il dolce è ottenuto lavorando il semolino o,  in alternativa, la farina gialla, con uova e mandorle tritate. Viene approntato come una normalissima ciambella,  poi l'impasto viene versato uno stampo a cupola e lo si cuoce nel forno. Al termine, quando il dolce è ormai freddo, lo si ricopre con il cioccolato fondente fuso.

L’Aurum può essere bevuto liscio o con ghiaccio fuori pasto,è adatto anche da  miscelare nei cocktails.

Quindi grande rispetto a questo liquore che lo stesso D'Annunzio definì “oro di lieve peso” – in latino levis ponderis aurum, da cui Aurum e per rafforzare i legami storici con la romanità, il liquore venne confezionato in bottiglie particolari, che nella forma arrotondata e nel colore scuro ricordavano alcuni contenitori rinvenuti negli scavi archeologici di Pompei. 

Oltjana
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La voce del silenzio… 

Archiviato in: sentimentalmente il 22 Giugno 2010 da Antonella | 28 commenti

Da bambina avevo paura del buio, perchè immaginavo che dal silenzio della notte,  potessero prendere vita, esseri mostruosi che di giorno dormivano rimanendo nascosti, ma che di notte si materializzavano per impaurire i bambini…

Ora invece adoro proprio ciò che da bimba mi impauriva, a tal punto da costringermi a dormire con i miei genitori o con una lucina accesa, mentre ora il silenzio mi culla, mi rilassa e mi tiene compagnia!

Di giorno si vive nella confusione e nel caos, così la notte sento proprio la necessità di allontanare i rumori i problemi e lo stress, pensando che spesso le parole sono preziose, ma che ancora più prezioso è il silenzio.

Ho scoperto che quando gli altri credono che tutto taccia, è bello saper ascoltare le parole che solo il silenzio conosce, dove i nostri pensieri acquistano la voce che solo noi siamo in grado di ascoltare e che viviamo in una cultura in cui la gente preferisce parlare piuttosto che ascoltare…

E voi avete mai provato ad ascoltare le grida del cuore o della mente che prendono "voce" nel vostro silenzio?

Antonella 

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La “cerqua” e le api…un’attrazione fatale! 

Archiviato in: Naturalmente il 17 Giugno 2010 da Cecco da Ascoli | 49 commenti


La Cerqua Sacra non è solo la denominazione della famosa Associazione Culturale di Montefortino ma è anche il nome di un albero, un albero speciale, una quercia (in dialetto “cerqua”) nata da una ghianda piantata nel 1995 dietro la chiesetta (in dialetto “cchisòla”) dedicata alla Madonna della Quercia della frazione (in dialetto “villa”) Cese dello stesso Comune.

Questa quercia, che ora ha una circonferenza di cm. 55 ed i suoi rami hanno oltrepassato il tetto della chiesa, qualche anno fa ha avuto anche una brutta esperienza: durante un’abbondante nevicata non riuscì a reggere il peso della neve e cadde a terra. Fu rialzata ed ora, per fortuna, è viva e vegeta e nel mese di Maggio ha fatto il suo primo miracolo, un miracolo pagano, forse celtico, ma pur sempre un miracolo.

Una mattina ha mostrato in tutto il suo splendore un bellissimo sciame, grande come una zucca e contenente migliaia e migliaia di bellissime api. Come ha fatto l’ape regina, tra un’infinità di alberi, a scegliere proprio questa quercia? Il miracolo sta proprio in questa domanda: l’albero deve aver emanato un qualcosa di speciale, di sacro, di magico, che ha attirato l’ape regina.

La filosofia di vita delle api e la loro organizzazione sono strane ma nella loro brutalità (per noi umani brutalità) sono di una perfezione assoluta. Sembra, anzi pare certo, che nella famiglia delle api non sia importante la vita dei singoli componenti ma la vita della comunità.Le api nascono già predestinate: le regine debbono fare le regine, i maschi devono fare i maschi e la quasi totalità delle api devono fare le operaie.

Anche la morte è finalizzata alla continuazione della specie: le regine e i maschi in più vengono uccisi, le api operaie spesso muoiono da sole per il troppo lavoro.
In ogni famiglia di api ci deve essere una sola regina, quando le api sono tante una nuova regina prende il potere e quella vecchia deve sciamare, cioè si deve trasferire, insieme ad una parte delle api operaie, in un altro posto.

Le api operaie sono, come si dice, “cornute e bastonate” infatti loro si devono dedicare esclusivamente al lavoro e non possono "fare l’amore", solo l’ape regina può essere fecondata.  La fecondazione della regina è una corsa ad ostacoli e per il maschio vincitore una tragica fatalità.Quando è il momento giusto la regina prende il volo e dietro vanno tutti i maschi, essa fa le giravolte, si lancia in alto, si butta verso il basso, accelera, decelera per vedere quali e quanti maschi riescono a seguirla.

Alla fine solo un maschio riuscirà  ad accoppiarsi con essa e a fecondarla. Questo piacere però gli costerà caro: gli organi sessuali resteranno attaccati alla regina ed il maschio per liberarsi li dovrà strappare procurandosi così la morte. Anche tutti gli altri maschi che non sono riusciti a fecondarla, se non sono morti da soli, verranno uccisi.

Se questa filosofia  fosse applicata al genere umano allora si che se ne vedrebbero delle belle.
La gente sarebbe pronta a sacrificare la propria vita per il bene della comunità?
Col cavolo!!

Cecco d'Ascoli
Giuseppe Matteucci
Pres. Associazione "La Cerqua Sacra"
Cultura Popolare Sibillina
lacerquasacra@email.it
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Il mondo sotterraneo e il Re del mondo! 

Archiviato in: leggende e tradizioni il 13 Giugno 2010 da Franco | 23 commenti


Jules Verne nei suoi romanzi fa vivere agli eroi molte avventure al limite dell’impossibile. Narrazioni che affascinano e trascinano. La fantasia dello scrittore francese ci lascia così soddisfatti e ripagati e con la voglia di leggere ancora le sue avventure narrate con maestria. Tra i suoi romanzi, tutti di una straordinaria bellezza, quello che mi ha fatto rimanere incollato alle pagine è stato “Viaggio al centro della Terra”: un'avventura davvero molto intrigante ed emozionante. Moltissimi l’hanno letto da bambini o ne hanno quantomeno sentito parlare. Se qualcuno non l’ha sfogliato, avrà certamente visto uno dei film ispirati a tale romanzo come quello del regista Henry Levin nel 1959, del 1993 per la regia di William e per ultimo quello prodotto nel 2008 con protagonista Brendan Fraser. 

J. Verne era un massone esperto di esoterismo e perciò non poteva non nascondere una lettura esoterica dietro le sue opere. In “Viaggio al centro della Terra”, Verne  inserì elementi che la tradizione associa ad Agartha, la Terra cava il cui mito fu descritto nelle opere dello scrittore Willis George Emerson.

Ma che cosa è Agartha?  Nelle leggende di molti popoli antichi, nelle viscere della Terra, esisterebbero delle immense distese sotterranee sconosciute e inaccessibili ai comuni mortali che custodirebbero un mondo misterioso popolato da civiltà evolute, esattamente il regno sotterraneo della mitica Agartha dove, nientemeno, risiederebbe il re del Mondo.

Si racconta che gli abitanti di Agartha sono Esseri capaci di cose inaudite, in grado di usare ancora quell'energia che noi, uomini di superficie, abbiamo ormai dimenticato a usare, l'energia chiamata “Vril”. Un'energia che, volendo, può essere ancora risvegliata, poiché è presente ancora in tutti noi, ma è "addormentata". Questa energia permette, a chi la sa usare, di volare, di spostare oggetti con la sola forza del pensiero, di leggere nella mente altrui.

Tutto ciò è fantasia? Probabilmente! Sta di fatto che vi sono personaggi di indubbia serietà e buona fede che parlano di Agartha e del suo popolo progredito portando documentazioni che lasciano perplessi.  Uno per tutti: F. Ossendowski in “Bestie, Uomini e Dei” raccoglie le leggende e le tradizioni apprese durante un viaggio alle frontiere del Tibet.

Dal Lama Gelong aveva saputo che il Re del Mondo abitava nella cavità della terra insieme a ottocento milioni di esseri semidivini che avevano la facoltà di emergere in superficie e di visitare altri pianeti con il corpo astrale. Questa testimonianza era stata confermata dal principe Shultum Beyli.

E un curioso documento, conservato in un monastero, contiene la profezia dettata dal re del Mondo in persona, il quale si sarebbe recato in visita colà, non sappiamo se in astrale o in carne ed ossa, terrorizzando i monaci con i loro pronostici. La profezia, infatti, è apocalittica, come sono del resto tutte le profezie degne di rispetto: quando gli uomini avranno raggiunto il culmine della malvagità si arriverà allo sterminio reciproco e collettivo, reso per giunta ancor più micidiale da cataclismi naturali.

Proprio allora salteranno fuori dalle viscere della Terra gli Uomini dell’Agartha che, con alla testa il buon re del Mondo, si prodigheranno per salvare solo i pochi rimasti puri e fondare con loro una nuova purificata umanità.

Pur se la profezia catastrofica per alcuni non è altro che una tenebrosa leggenda e quindi da non prendere sul serio, ciò non toglie che potrebbe essere interpretata  come un simbolo. Gli sconvolgimenti e gli eccidi che stanno accadendo, le armi nucleari e lo squilibrio ecologico che stanno colpendo l’umanità e stremando il nostro pianeta sono dei segnali premonitori che la Terra  sta deviando dal suo centro e dalla sua finalità.

La teoria del fantomatico Re del Mondo che dominerebbe le menti dei grandi, dei re, degli imperatori e dei presidenti di tutto il mondo, come se fosse un burattinaio invisibile che muove i fili della storia e quindi determina il corso degli eventi è per gli scrupolosi studiosi assai dubbiosa.

Anche il re del Mondo potrebbe benissimo essere un’espressione simbolica? Forse!  Ma c’è chi preferisce prendere più alla lettera il messaggio del mito. Infatti è opinione di molti uomini stimati, come ad esempio lo statista britannico Benjamin Disraeli e lo studioso Serge Hutin,  che “il mondo è governato da personaggi ben diversi da quelli che compaiono sulla scena”, “ i governi della Terra seguono le direttive di reggitori occulti che ne dirigono l’evoluzione e ne delimitano l’azione”.

La tesi della Terra cava, ospitante nel suo interno vita minerale, vegetale, animale e umana, è stata contestata da più parti per la sua inconsistenza scientifica. Ma anche qui non tutti sono d’accordo. Ci sono persone che hanno avuto il coraggio di  dichiarare che la Terra è vuota all'interno, con un nucleo non solido e ferroso ma una sorta di piccola stella centrale composta da plasma e gas. Questa stella avrebbe creato intorno a se una specie di bolla che la separerebbe dal mantello e dalla crosta creando un’immensa cavità all'interno del pianeta.

Per saperne di più (avvincente): 

http://www.nova3.com/_serv/_stranezze/terra-cava.htm  

Franco

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La zanzara tigre da 20 anni in ferie in Italia! 

Archiviato in: Animali&animali il 6 Giugno 2010 da Antonella | 40 commenti

Ed eccole di nuovo anche quest'anno sono ritornate all'attacco più fastidiose che mai, ed anche se sono arrivate con un pò di ritardo sono pronte a punzecchiarci in ogni ora del giorno.

Quante notti insonni passate a sentire il loro ronzio e cercando disperatamente di scacciarle con ogni mezzo: stiamo parlando delle zanzare, un piccolo insetto che secondo alcuni studiosi era esistente già nel jurassico.

A pungere e succhiare il sangue però sono le zanzare femmina, le quali possiedono un particolare apparato boccale che danno loro la capacità di pungere e prelevare il sangue, necessario per il completamento della maturazione delle uova.

E' stato inoltre riscontrato che le zanzare rilasciano sulle persone che hanno già punto, delle sostanze attrattive, che attireranno altre femmine a colpire di nuovo… ecco così spiegato il motivo delle molteplici punture.

E quest'anno "festeggiamo"  i 20 anni della Aedes albopictus, comunemente nota come zanzara tigre asiatica, fece la sua comparsa e fu individuata in Italia per la prima volta, suscitando allarme perchè potenziale veicolo di numerose infezioni virali, come la dengue.

Il problema per il futuro si chiama Aedes egipti, cioè la cugina tropicale della zanzara tigre che veicola la febbre gialla e arriva nei porti. Finora non è arrivata da noi perchè non riusciva a sopportare il freddo invernale. Ma ora con l'aumento medio delle temperature e le importazioni si potrebbe stabilizzare tranquillamente, e non ce ne accorgeremmo, perchè è perfettamente identica alla zanzara tigre.

In bocca alla… tigre!

Antonella

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Bamia: la perfetta sconosciuta! 

Archiviato in: Cucina il 4 Giugno 2010 da Oltjana | 29 commenti

E’ una verdura conosciuta con vari nomi a seconda del paese,la sua origine è dall’Africa nord-occidentale ed attualmente viene prodotta in Messico, Turchia, Asia, in alcune zone d’Europa mentre la Sicilia ne è il maggior produttore in Italia

Stiamo parlando della Bamia una verdura che appartiene alla famiglia delle Malvacee (parente dell’ibisco), nome scientifico è Hibiscus esculentus, si presenta con fiori gialli e maturando prende una forma piramidale dal colore verde, mentre possono raggiungere la lunghezza di 8-10 centimetri contenendo al loro interno molti semi ricchi di calcio, vitamine e minerali.

La raccolta avviene da luglio a settembre ma negli ipermercati lo trovate tutto l’anno anche  sott’aceto. La Bamia cucinata si presenta un po’ gelatinosa se si tagliano le estremità e il suo sapore ricorda gli asparagi, può essere preparata al forno, alla griglia,al vapore, fritta, cruda nell’insalata e può essere usata anche come ingrediente nella pizza.

Di seguito una ricetta facile facile per  4 persone.

300g di agnello o vitello, 500g di bamia, 1 cipolla, 1 scatola di pelati, 1 limone (succo), olio d’oliva, sale, pepe, alloro, peperoncino (a piacere).

Tagliare la carne a cubetti si mette su un tegamino con un po’ di olio e si fa rosolare aggiungendo la cipolla tagliata julienne. Dopo di che aggiungete i pelati, sale, pepe, alloro e un bicchiere d’acqua si lascia 5 minuti a fuoco lento. Nel frattempo si lavano le bamie eliminando le estremità, aggiungere il succo di limone e un po’ di acqua se vedete che è asciutto e lo lasciate a fuoco lento per 15-20minuti.

Buon appetito!

Oltjana

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Il dolce fico del paradiso terrestre! 

Archiviato in: Naturalmente il 3 Giugno 2010 da Antonella | 39 commenti

"Sei dolce come un fico!","Non vali un fico secco", "Fai come gli antichi che mangiavano la buccia e buttavano i fichi?"… quanti detti e proverbi su questo frutto così prelibato, pieno di simboli e carico di significati.

La pianta del fico si può dire che è esistita da sempre, da prima della venuta dell'uomo, infatti secondo la nostra religione era già presente nel paradiso terrestre e le sue foglie furono raccolte da Adamo ed Eva per coprire le loro nudità dopo aver disubbidito alla regola divina.

Il fico può rappresentare simbologicamente la fecondità e l'abbondanza basti, infatti, pensare alla leggenda di Romolo e Remo che furono allattati dalla lupa proprio sotto ad una pianta di fico, ma può rappresentare anche il tradimento e l'eresia infatti Giuda dopo aver tradito Gesù s'impicco proprio su un albero di fico.

Ne esistono ben più di 700 varietà ed abbiamo la possibilità di mangiarne in diversi periodi, infatti ci sono i fichi fioroni o primaticci che maturano in giugno e luglio, i fichi forniti che maturano da agosto a settembre ed infine i tardivi che abbiamo la possibilità di gustarli in pieno autunno.

Contengono vitamina A e C, ferro, potassio, fibre ed è buono mangiato fresco come antipasto insieme al prosciutto, essiccato è ideale per i dolci e si può utilizzare per la distillazione di un brandy.

Da ragazza si narrava che il latte di fico spalmato sulla pelle aiutasse l'abbronzatura, ma è una falsa credenza popolare, anzì prestate attenzione in quanto se viene a contatto con la pella può provocare addirittura delle ustioni.

E voi che ricordi avete con questa bella pianta?

Antonella

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Amandola: la sfortuna di chiamarsi Antonio… 

Archiviato in: leggende e tradizioni il 30 Maggio 2010 da Cecco da Ascoli | 91 commenti

 
Il detto popolare sibillino dice “scherza con i fanti ma lascia stare i santi”. In questo caso si parla del Beato Antonio di Amandola e quindi si può scherzare tranquillamente.
Antonio Migliorati, questo il nome del beato, nacque nel 1355 ad Amandola, crebbe in un ambiente contadino e dimostrò di essere un bambino educato, rispettoso, disponibile e con una gran voglia di imparare. La famiglia capì subito che il ragazzino doveva essere istruito e per questo lo indirizzò verso il convento dei frati, qui Antonio dimostrò di essere interessato a tutte le cose, studiò con impegno e conquistò la fiducia non solo di tutti i frati ma anche della gente che frequentava il convento, si sentiva attratto soprattutto dalle persone povere e bisognose, le aiutava portando loro il pane che prelevava nel convento: lo nascondeva nelle ampie maniche della tonaca. Un giorno un suo superiore, venuto a conoscenza del fatto, lo richiamò dicendogli di abbassare le braccia per far cadere il pane. Antonio abbassò prima un braccio e poi l’altro e dalle maniche uscirono rose e fiori.
Più passava il tempo e più veniva stimato dalla gente. Antonio amava la campagna e spesso insieme alle persone umili si dedicava ai lavori agricoli sporcandosi la tonaca con la terra. Per lavarla usava un metodo da lui “brevettato”: la appendeva su un filo, guardava il cielo e subito una pioggia scrosciante la ripuliva.
Passò alcuni periodi della sua vita a Tolentino e  a Bari ma lui era affezionato ad Amandola e qui volle tornare per gli ultimi anni della sua esistenza. Il suo ritorno fu annunciato dalle campane di tutte le chiese che si misero a suonare da sole. Fu un tripudio di popolo.
Morì nell’anno 1450, nel giorno 25 del mese di Gennaio come lui stesso aveva predetto. Fu sepolto, secondo le sue volontà, nella cruda terra all’ingresso della chiesa. Quando fu riesumato un escavatore, che inavvertitamente aveva colpito al naso la salma, sentì una voce che diceva: “Fate piano, qui c’è Antonio”.
Dopo la morte di Antonio e grazie alla sua mediazione si verificarono molti miracoli. Fu istituito il “Libro dei Miracoli” dove ne vennero registrati ben 155.
Nel 1759, ad oltre 300 anni dalla sua morte, fu dichiarata la sua beatificazione ufficiale.
Ora è il 2010 e questo personaggio non è ancora diventato santo. Questo ritardo probabilmente è dovuto al suo nome. Infatti “Antonio” è già il nome di due santi famosi e ciò crea confusione.
 
C’ è anche la barzelletta:
Un paracadutista dopo essersi buttato dall’aereo si accorge che il paracadute è bloccato e non si apre, non gli rimane che rivolgersi in alto.
“Sant’Antonio aiutami tu”!!
Una voce gli risponde e gli chiede: “Sant’Antonio chi?”
Pronto il paracadutista: “Sant’Antonio Abbate”.
Una voce più cupa gli fa: “Aahh sì!! Allora vai giù, io sono Sant’Antonio di Padova”.
Se ci fosse un altro santo con il nome “Antonio” la questione si complicherebbe ancora di più.
 
 
La gente però non vuol sentire storie e vuole questo amandolese, che tra l’altro è anche il patrono della città, santo e lo vuole santo subito, adesso, magari con il nome dialettale “S. Ndunì lu paniccià”.
Le autorità civili e religiose debbono attivarsi per mandare avanti la pratica.
 
Cecco d'Ascoli

Giuseppe Matteucci
Pres. Associazione "La Cerqua Sacra"
Cultura Popolare Sibillina
lacerquasacra@email.it

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Fate: spiriti della Natura? 

Archiviato in: leggende e tradizioni il 27 Maggio 2010 da Franco | 87 commenti

Il mondo della fantascienza, con la vastità dei suoi argomenti, ha sempre colpito la nostra fantasia. I maestri della letteratura fantastica ci fanno trascorrere notti insonni e ci trasportano lontano dal grigiore monotono della vita di tutti i giorni: essi hanno dato risposte originali e spesso molto convincenti a domande davanti alle quali la scienza è rimasta senza parole.

E’ per questi motivi che la fantascienza ha avuto, in campo letterario e cinematografico, un rilancio che ha portato alla riscoperta di autori del passato, al proliferare di moderni cultori del genere e alla rilettura dei classici con un’ottica differente. Non starò a pronunciarmi su i romanzi da me letti, tutti sono belli e tutti dovrebbero essere menzionati perché bellissimi, intriganti e avvincenti.La scelta è ampia, le direzioni di questa evasione dalla realtà sono molteplici…. In quest’ occasione parlerò di un argomento che da bambino amavo molto, le Fate.

Delle fate si parla ampiamente in ogni parte del mondo, sono state scritte numerosissime favole e fiabe, girati film, cartoni animati, scritti saggi e altro ancora. Oramai sono parte del dizionario culturale di ogni popolo della terra.Furono i racconti popolati di creature fantastiche come fate, elfi, troll, dello scrittore irlandese ingiustamente poco conosciuto, Lord Dunsany a conquistare la mia fantasia e a farmi viaggiare nei regni incantati.

L’illustre stirpe dei baroni Dunsany (XII sec.) ebbe origine nel cuore del feudo degli Ard-Righ, gli antichi re celti e dove, poco lontano, s’innalza la pietra sacra dei druidi. La terra d’Irlanda con le sue leggende tra il sacro e il fatato, una terra avvolta in un alone di magia, dove il tempo si è fermato ha sempre esercitato una grande influenza su Dunsany. Scrittore del fantastico fiabesco, il suo universo ha attinto la forza alle sorgenti della mitologia celtica. Soggiogato dalla bellezza soprannaturale dei paesaggi irlandesi, Dunsany spinge i suoi eroi sulle strade avventurose della magia.

Rispettoso nei confronti delle fate e delle eteree creature che vivono nell’intrico più profondo dei boschi, sa ascoltare il messaggio dimenticato dal vento tra i rami dei grandi alberi e la musica di una cascata cristallina. Tutti i rappresentanti del “piccolo popolo della notte”, le fate, gli gnomi, i troll, sono suoi amici.Le fate sono esistite veramente? Esistono ancora? Sono state oggetto di credo e semplicemente fantasie per secoli e secoli? Qualcuno dice che sono creature tanto vicine e verosimili per i bambini, durante il breve periodo che è loro concesso rimanere tali, quanto lontane e inammissibili per gli adulti.

Perché uomini emancipati hanno dedicato la loro vita alla ricerca del Regno incantato? Perché per la maggior parte degli storici delle tradizioni popolari, le fate esistono fin dall' antichità e potrebbero essere gli ultimi residui degli antichi abitatori dell'Irlanda? Perché le fate sono presenti nel folklore e nelle storie orali di molti paesi? Qualcuno dice di averle viste e fotografate; quindi sono creature reali! Oppure sono frutto dell'immaginario, peggio ancora, di qualche visione o allucinazione?….

Le domande sono tante e molteplici.Alcuni anni fa, coincidenza volle che un eccentrico signore mi parlasse di quest’ argomento.  Il suo racconto mi disorientò ma nello stesso tempo mi emozionò, stupì e soprattutto mi fece pensare.  Il punto di vista dello strano uomo era che quando si parlava di fate, ci si doveva riferire a esseri dai poteri soprannaturali e di una certa animosità nei confronti degli uomini. Le poneva in una dimensione tra il reale e l’irreale, in uno stadio intermedio tra il bene e il male, a mezza strada tra Dio e Satana.

Una dimensione, questa delle fate, incomprensibile e invisibile agli occhi degli umani poiché, al contrario delle fate, sarebbero sedotti dalle effimere conquiste di una società tecnologica. Per le fate quindi la nostra dimensione non solo sarebbe visibile ma nel nostro regno minerale e vegetale avrebbero anche il potere di agire. Questo interessamento giocherebbe un ruolo decisivo in seno alla natura, dove noi uomini viviamo.

In altre parole le fate sarebbero la “vita”, l’“energia” di cui abbisogna ogni cellula e ogni atomo della Creazione per far si che si sviluppi e cresca. Di conseguenza, a detta dell’uomo, non è sbagliato rapportate le fate agli Elementali della Terra (creature spirituali costituite da uno solo dei quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco) anche se, a differenza di quest’ultimi, le fate sarebbero  in grado di agire sia con l’elemento Acqua sia con l’elemento Aria e lavorare in superficie con il regno vegetale. Un’ipotesi davvero avvincente che fa riflettere! Non trovate? Naturalmente sta a noi credere se le fate esistano davvero e vivono in una dimensione parallela alla nostra oppure è solo un mito.

La cosa singolare è che queste presenze non sono registrate solo dalle fiabe o dalle leggende: esistono, in epoche storiche anche abbastanza vicine, immemorabili rapporti al riguardo, corredati da una serie impressionante di testimonianze: tanto da far credere che, dietro le leggende, possa esservi, come spesso accade qualcosa di più. Io non dico che non credo alle fate, dico solo che non le ho viste. Si dice che compaiono e scompaiono a loro piacere…. Io penso che se proviamo a chiudere gli occhi e aprire il cuore, potrebbe anche darsi che un minuscolo globo luminoso faccia capolino nella nostra mente. A volte il cuore vede cose che sono invisibili agli occhi.

Franco

Vi consiglio la visione del film “Fate, una storia vera” (1997)

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Dagli egizi a Mosé la pianta più adorata al mondo! 

Archiviato in: leggende e tradizioni il 23 Maggio 2010 da Antonella | 26 commenti

Passeggiando per la campagna, in questo periodo si può respirare il dolce e vellutato profumo dei fiori d'acacia.

Seconda solo alla quercia secolare, ne esistono al mondo circa 1300 specie e da sempre è stata utilizzata simbolicamente da tanti popoli e culture e grazie a questa pianta viene garantita la stabilità dei pendii scoscesi e per le sue profonde radici e le sue scarse pretese a crescere e sviluppare anche nei terreni più aridi.

La durezza e la resistenza del suo legno le conferiscono un segno di forza e pererennità e nella cultura egizia era considerato l'albero iniziatico che simboleggiava il passaggio dall'ignoranza alla conoscenza.

Noi esseri umani nutriamo da sempre simpatia nei confronti di questa pianta, basti pensare che ne troviamo riferimenti addirittura nell'antico testamento nel libro di Esodo, nel quale è specificato che Besaleel fece l'arca utilizzando il legno di acacia per comparire inoltre nella leggenda secondo la quale il roveto ardente attraverso il quale Dio si presentò a Mosè era proprio una acacia.

Infine ricordiamoci anche l'importanza data a questa pianta nella tradizione massonica che secondo una leggenda dal suo tronco si irradiano tre rami: uno di fico, uno di quercia e uno d'acacia rappresentando rispettivamente la massoneria egizia (il fico), la massoneria svedese (la quercia) e la massoneria scozzese (l'acacia).

Perfino le api la considerano importante utilizzando il suo nettare per trasformarlo in un dolcissimo miele ed il suo fiore è commestibile, ottimo fritto, è inoltre indicato nelle diete in quanto diminuisce il senso di fame, viene considerato lassativo ed attenua l'assorbimento dei grassi e degli zuccheri.

Occhio però a chi lo regalerete perchè quello bianco è sinonimo di amore platonico e amore puro…

Antonella

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Frangelico… il “frate” di moda all’estero! 

Archiviato in: Prodotti il 20 Maggio 2010 da Antonella | 18 commenti

Sono tanti i liquori italiani che magari all'estero sono ancora molto richiesti, ma  che invece in Italia sono stati un pò dimenticati.

Uno fra i tanti ha una simpaticissima bottiglia a forma di frate con sul punto vita una cordicella proprio come quella dei monaci.

Stiamo parlando del liquore Frangelico prodotto in Piemonte più di 300 anni fa da dei monaci cristiani, che vivevano nelle colline della zona, i quali avrebbero con la loro abilità nella distillazione ed in particolare con l'uso delle nocciole selvatiche e altri ingredienti locali creato la squisita ricetta.

Il suo nome deriva dalla leggenda locale secondo la quale Fra Angelico che visse tre secoli fà sulle colline alla destra del Po, tra Piemonte e Liguria, come eremita ed amante della natura dedicandosi al perfezionamento di un liquore a base di nocciole arricchito con un infuso di bacche, erbe e frutti di bosco.

E' un liquore delicato che può essere gustato puro o con ghiaccio, nel caffè con uno spruzzo di seltz o in tante altre combinazioni.

Quindi non lasciamo cadere nel dimenticatoio prodotti di qualità come il Frangelico quando invece nel resto del mondo la sua considerazione ed il consumo sono molto alti!

Aspetto vostre ricette e considerazioni in merito.

Antonella

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Il simbolismo alchemico 

Archiviato in: leggende e tradizioni il 16 Maggio 2010 da Franco | 65 commenti

Scorrendo i testi alchemici è impossibile non imbattersi in numerosi simboli. E’ difficile in questa situazione sostenere un attento esame complessivo (rimando quindi il lettore ad una ricerca in internet per le raffigurazioni e spiegazione dei centinaia di simboli ricavati dai testi alchemici), ma possiamo in egual modo sintetizzare la questione.

Iniziamo con l’affermare che l’universo alchemico è pervaso di simboli, che, intrecciandosi in mutue relazioni, permeano le varie operazioni e gli ingredienti costitutivi del processo per ottenere la Pietra Filosofale. Gli elementi cosmici avevano grande importanza non solo per la loro influenza sui processi alchemici, ma anche per il parallelismo che li legava agli elementi naturali, in base alla credenza che “ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto”.

Tradizionalmente, ognuno dei sette pianeti del sistema solare conosciuti dagli antichi era associato con un determinato metallo. Così per esempio lo zolfo ed il mercurio acquisiscono nell’iconografia alchemica i tratti simbolici del Sole e della Luna, della luce e delle tenebre e del principio maschile e femminile, che si uniscono nella “coniunctio oppositorum” della Grande Opera.

Gli Alchimisti si servivano di una scala cromatica ben definita: attribuivano il nero alla materia, all’occulto, al peccato; il grigio alla terra; il bianco al mercurio, all’innocenza, all’illuminazione; il rosso allo zolfo, al sangue, alla passione, alla sublimazione; l’azzurro al cielo; l’oro al compimento, ossia alla Grande Opera.

Nelle illustrazioni dei trattati medievali e di epoca rinascimentale compaiono spesso figure animali fantastiche. I tre principali stadi attraverso i quali la materia si trasformava, la Nigredo, l’Albedo e la Rubedo erano rispettivamente simboleggiati dal corvo, dal cigno e dalla fenice. Quest’ultima, per la sua capacità di rinascere dalle proprie ceneri, incarna il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge”, tema centrale della speculazione alchimista.

Inoltre, era sempre la fenice a deporre l’uovo cosmico, che a sua volta raffigurava il contenitore in cui era posta la sostanza da trasformare. Anche il serpente “ouroboros”, che si mangia la coda, ricorre spesso nelle raffigurazioni delle opere alchemiche, in quanto simbolo della ciclicità del tempo e del “tutto in uno”.

Chi degli utenti del blog è di Roma, avrà certamente sentito nominare il marchese Massimiliano di Palombara. E’ noto che questi era affascinato dalle scienze occulte tanto che possedeva una estesa biblioteca di libri di alchimia e filosofia esoterica, finanziava un certo numero di Alchimisti ed era un membro dei Rosacroce (una delle più conosciute e misteriose Società Segrete di “Illuminati” il cui fondatore fu il cavaliere tedesco Christian Rosenkreutz, nato nel 1378 e morto in Marocco nel 1484, all’età di 106 anni; durante i suoi viaggi, il cavaliere era venuto in possesso dei segreti dell’Alchimia e della Pietra Filosofale ).

Villa Palombara era provvista di un piccolo laboratorio, dove avvenivano segretamente gli esperimenti alchemici. Secondo la tradizione, l’alchimista Francesco Giovanni Bono, dimorò per una notte nei giardini della Villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di produrre l’oro, il mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso la porta, ma lasciò dietro alcune pagliuzze d’oro frutto di una riuscita trasmutazione alchemica, e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della Pietra Filosofale.

Il ricco marchese fece incidere sulle cinque porte d’ingresso di Villa Palombara e sui muri della magione, il contenuto del manoscritto con i simboli e gli enigmi. La speculazione edilizia succeduta alla breccia di Porta Pia ci ha tolto la possibilità di conoscere le iscrizioni di Villa Palombara, della quale si è salvata a stento la Porta Magica (o Porta Alchemica o Ermetica). Questo monumento quindi diventa un rarissimo esemplare di libro alchemico scolpito su pietra e oggigiorno è considerata una delle testimonianze alchemiche più importanti al mondo.

Adesso, la straordinaria testimonianza del gusto dell’uomo per l’arcano, è collocata ai giardinetti di Piazza Vittorio, ad una dozzina di metri dal monumento ai caduti, seminascosta dalle baracchette del mercato rionale, tra cassette vuote e rifiuti. Andiamo a vedere in sintesi quali sono i simboli incisi sulla porta. Sul frontone della porta alchemica è rappresentato in una patacca il sigillo di Salomone circoscritto in un cerchio con iscrizioni in latino, con la punta superiore occupata da una croce collegata ad un cerchio interno e la punta inferiore dell’esagramma occupata da un “oculus”.

I simboli alchemici lungo gli stipiti della porta seguono la seguenza dei pianeti associati ai corrispondenti metalli: Saturno-piombo, Giove-stagno, Marte-ferro, Venere-rame, Luna-argento, Mercurio-mercurio. Ad ogni pianeta viene associato un motto ermetico, seguendo il percorso dal basso in alto a destra, per scendere dall’alto in basso a sinistra, secondo la direzione indicata dal motto ebraico “Ruach Elohim”.

La Porta Alchemica è molto spesso meta di visitatori eccentrici ma molto decisi a riuscire a decifrarvi il segreto per fabbricare l’oro. L’Alchimia ancora oggi è viva: se foste a conoscenza del grande numero di persone che oggigiorno si dedicano in segreto alla ricerca della Pietra Filosofale, ne sareste stupiti!!

Franco

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