Vespa: Un mito da sogno un mito per sognare 

Filed under: miti passati e presenti il 14 maggio 2013 da Maurizio il Giardiniere | 15 commenti

Lei: 15 anni, tanti sogni nella testa ,sogni comuni a tutte le ragazze innamorate, le canzoni dei Pooh come colonna sonora del suo amore e lui, il suo grande amore….
Lui: 20 anni, capelli cortissimi come tutti ragazzi che venivano chiamati al servizio militare obbligatorio, tanti sogni come tutti i ragazzi della sua età, la sua Vespa 50 color arancio per sognare insieme a lei, il suo grande amore….

1970: lui in licenza breve dal servizio di leva, lei ad attenderlo fuori casa con il cuore che batteva fortissimo; e poi insieme, insieme sulla Vespa 50 color arancio, insieme sul mito della Piaggio per un viaggio lungo una vita…
Quanti amori saranno nati così, in sella ad una Vespa Piaggio; amori eterni, amori veri, amori nati per sognare ma non solo….

…Nel 1946, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, anche Enrico Piaggio aveva un sogno: trovare un’idea semplice e in grado di far rinascere l’economia italiana messa letteralmente in ginocchio dalle dure sconfitte belliche.
Certo che di materie prime se ne trovavano ben poche in quel momento, così un motore d’avviamento di un aereo da guerra poteva diventare la base su cui lavorare per ottenere un motore per un veicolo a due ruote e fu questa l’intuizione che l’ingegner Corradino D’Ascanio propose al primo dirigente della Piaggio.
L’ingegner D’Ascanio volle un veicolo che doveva essere facile da inforcare come una bicicletta da donna, con una comoda posizione “seduta”, con la massima manovrabilità e soprattutto l’uso non doveva sporcare mani e pantaloni come succedeva con le moto dell’epoca; nacquero così i comandi del cambio sul manubrio e la carrozzeria che copriva il telaio e isolava il motore dal guidatore. Sul nuovo veicolo vennero montate ruote senza raggi e un sedile posteriore più basso dell’anteriore che avrebbe consentito un assetto di viaggio non scandaloso e formalmente ineccepibile alle donne.
Il brevetto della Vespa fu depositato il 23 aprile 1946, questa è la data di nascita della Vespa.

Nel 1948 vide la luce Il primo progetto, era un veicolo con motore 98 cc da 3 cavalli e tre marce, ma l’affermazione avvenne successivamente, con la 125 cc: Il prezzo della prima Vespa 125 cc era di 168.000 lire, circa 86 euro attuali.
Curioso è il modo in cui venne scelto il nome del nuovo ciclomotore. Il prototipo del primo veicolo si chiamava infatti Paperino, ma quando Enrico Piaggio vi salì sopra esclamò : “che buffo, sembra una Vespa”; Paperino fu immediatamente modificato in Vespa….
Dal primo progetto del 1948 ad oggi la Vespa è “cresciuta”, è “maturata” ma è rimasta sempre la stessa, con la sua classe tutta particolare, con la solita voglia di cambiare la gente.
Il primo lancio pubblicitario esclamava :“Vespizzatevi!”, mentre lo spot con la mela morsa negli anni ’60 recitava : “chi Vespa mangia la mela” e sono solo due delle tante campagne pubblicitarie di chi, negli anni, ha progettato e sviluppato la Vespa e che si è reso conto che doveva stare molto attento alle realtà che lo circondavano.

Studiando l’arte ha tirato fuori visual rimasti nella storia, leggendo libri ha creato slogan unici nel loro genere. La Vespa è sportiva, libera, bella, storica, mitica, culturata, surreale, avanguardista e tutta una serie di altri aggettivi che l’hanno accompagnata nel cinquantennio in cui è nata, vissuta e diventata un mito.

La Vespa, protagonista della riscossa economica italiana post-bellica, fu protagonista anche nel mondo del cinema in film come Vacanze romane con Gregory Peck e Audrey Hepburn, Poveri ma belli, Matrimonio all’italiana, Rocco e i suoi fratelli, Il branco, tanto per citare solo i più famosi; attori e registi quali Charlie Chaplin, Gene Kelly, Rock Hudson, Natalie Wood, Cary Grant, Sofia Loren, Alberto Sordi e Vittorio Gasmann furono tutti possessori della Vespa. Per la forte presenza nel mondo del cinema, la Vespa meriterebbe sicuramente il diritto a possedere la sua impronta sul marciapiede dei divi a Hollywood.
Certo che la Vespa ne avrebbe di storie da raccontare: storie di viaggi verso il mare con tutta la famiglia in sella, storie di povertà, storie di “mala”, storie di film girati con ruolo da protagonista, storie di amori nati per durare tutta la vita, amori mitici come la Vespa!
Dedicato a chi si è innamorato della Vespa e sulla Vespa.
Dedicato a Ivano e Nadia.

Maurizio il Giardiniere

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Rosso Antico… simply elegant! 

Filed under: Prodotti il 24 aprile 2013 da Antonella | 3 commenti


(l’immagine cover del post non è della campagna pubblicitaria ufficiale del Rosso Antico ma un composit dei nostri grafici)

Rosso, come un vino e Antico per sottolineare la sua cultura, la sua storia, la sua esperienza!
Lo slogan di Rosso Antico vuole rispecchiare il trait d’union tra due epoche paragonandosi ad un filo rosso che tiene insieme due stili temporali diversi, che unisce gli anni sessanta ai giorni nostri, che tiene insieme mode e modi di essere.
Un filo rosso che avvolge parole e immagini e le trattiene nel momento dell’aperitivo, vero istante che non passa mai di moda e per questo fuori dal tempo.

Il Rosso Antico è un famoso vino aromatizzato fin dal 1962 dell’antica fabbrica di liquori Buton, di San Lazzaro di Savena.

Questo vermouth di color rubino vivo, presenta un sapore dolce-amaro con retrogusto di agrumi e vaniglia, prodotto tramite l’infuso di 32 erbe messe a macerare nell’alcool (fra cui rosmarino, timo e salvia) e poi aggiunto ad un misto di 5 tipi di vini diversi.

È stato un aperitivo molto in voga a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 ma fu momentaneamente ritirato dal mercato, nel 1977, a causa del contenuto di colorante E123, ritenuto potenzialmente cancerogeno.

In realtà il ritiro del prodotto fu attuato in via provvisoria e precauzionale , tanto che gli studi scientifici hanno poi del tutto escluso la pericolosità del colorante.

Rosso Antico fu rimesso sul mercato e lo è tuttora, con una formulazione che non utilizza più E123, ma altri coloranti comunque consentiti dalla legge.

Dopo la risoluzione del caso, la Buton ha continuato a commercializzare la bevanda, tuttora disponibile sul mercato.

Oggi Rosso Antico gioca la sua partita tra aperitivi più noti con l’obiettivo di riguadagnare lo spazio che la sua decennale assenza ha regalato ad altri aperitivi.

Nei tempi gloriosi Rosso Antico era famoso come “Il principe degli aperitivi”, con una gradazione alcolica piuttosto alta, oggi portata a 14 gradi per avvicinarsi ad un bere più godevole e moderno.

La bottiglia richiama quella originaria per la forma e lo stile, e per molti dettagli comunica un mood vintage raffinato.

In questi ultimi mesi Rosso Antico è stato proposto in molti locali con serate ad hoc coerenti con la sua immagine elegante e allo stesso tempo semplice: “Simply Elegant” è infatti il claim della campagna.

Antonella Ciccarelli

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La grotta delle fate e della Sibilla: aperta o chiusa? 

Filed under: miti passati e presenti il 8 aprile 2013 da Cecco da Ascoli | 18 commenti

Sul monte Sibilla c’è una grotta conosciuta in tutta Europa con il nome di “Grotta della Sibilla” ma in verità il suo vero nome è “Grotta delle Fate e della Sibilla”.

La grotta è famosa perché sede della profetessa Sibilla, conosciuta anche come Sibilla di Norcia, Sibilla Picena o Sibilla Appenninica, e luogo di destinazione dei viaggi di molti nobili cavalieri europei, tra i quali i più famosi sono il Guerrin Meschino e Antoine de La Sale.

La grotta, sottoposta in passato a svariate ispezioni, ora è in stato di abbandono ed il suo ingresso è crollato, anche grazie alla dinamite fatta brillare in loco dagli ultimi sciagurati esploratori.

Ora molti la vorrebbero riaprire e per tale scopo qualche anno fa si costituì a Montemonaco un apposito comitato oltre alla nota associazione “Progetto Elissa”.

Anche il Sindaco del Comune montano è favorevole. Altri invece la vorrebbero chiusa e fra questi il clero locale e l’ex-presidente del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Meglio il mistero o meglio la verità?
Shakespeare avrebbe detto: ” Open or closed, this is the problem”.

Una cosa è certa: la verità deve prevalere. Bisogna fare scavi archeologici seri, finalizzati al rinvenimento di reperti che possano contribuire alla riscrittura della storia sibillina. La verità, però, a molti fa paura: chissà perché?

Lippi Boncampi forse è stato l’unico esploratore serio capace di descrivere con precisione la grotta. Nei suoi disegni risalenti al 1946 si nota, dopo l’ingresso, un cunicolo che raggiunge uno stanzone (quello con i famosi gradini), da qui si possono raggiungere altre stanzette ed altri cunicoli.

Qualcuno attualmente afferma che quanto descritto da Lippi Boncampi è tutto crollato e quindi sarebbe inutile ricominciare le esplorazioni. Ciò non è vero perché gli scavi archeologici si possono, anzi si debbono, fare anche nelle zone crollate.

Tra le macerie possono venire alla luce cose interessanti, reperti, scritte antiche ed altro.
Il problema quindi sarebbe un altro e cioè quello di ricostruire cunicoli e stanze, ma questo con i sistemi costruttivi attuali si può fare nel pieno rispetto dell’ambiente.

Quindi bisogna ripartire quanto prima con la ripulitura della grotta anche per verificare se i crolli pubblicizzati sono veri. Poi, valutando bene la situazione, si potrebbero rinforzare i cunicoli e le stanze e, se proprio necessario, provvedere alla loro ricostruzione, tenendo ben presente le descrizioni fatte dai vari esploratori.

Facendo ciò finisce il mistero? No di certo, si potrebbe mettere in un cunicolo, dopo lo stanzone, un cancello semi-chiuso con scritto: “Per il Paradiso della Regina Sibilla sempre dritti” e il misterioso diventerebbe ancora più intensamente.

Se si facessero questi lavori aumenterebbe di molto il turismo culturale perché, bisogna ammetterlo, la Sibilla è più conosciuta all’Estero che in Italia.
Poi c’è la questione delle Fate sibilline celtiche ed anche queste attirerebbero molti visitatori provenienti dalle zone galliche (da diversi anni già assidui frequentatori di queste zone).

Per ottimizzare il tutto poi ci vorrebbe una funivia, con fermata al Rifugio Sibilla ed alla grotta, e magari un bellissimo chalet dove mangiare e prendere il sole.

Si può fare.

Si può fare, e una volta fatto il futuro sibillino sarà roseo.

Cecco d’Ascoli
Giuseppe Matteucci
Pres. Associazione
“La Cerqua Sacra”
Cultura Popolare Sibillina
lacerquasacra@email.it

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L’assenzio al Parlamento europeo 

Filed under: Prodotti il 2 aprile 2013 da Fabio | 4 commenti

L’assenzio è un distillato ad alta gradazione alcolica all’aroma di anice derivato da erbe quali i fiori e le foglie dell’assenzio maggiore (Artemisia absinthium), dal quale prende il nome.

Essendo generalmente di colore verde (naturalmente o mediante l’uso di coloranti), l’assenzio si è affermato anche con l’epiteto Fée Verte (Fata Verde). Viene generalmente bevuto aggiungendo dell’acqua ghiacciata e/o dello zucchero. Questo tipo di preparazione rende il distillato più torbido per consistenza e più leggero per gradazione alcolica, cosa che consente di degustarne meglio il sapore. Per questo motivo tale era il modo più comune di gustarlo nell’800, secolo di massima diffusione dell’assenzio.

L’assenzio è noto specialmente a causa dell’associazione con gli scrittori ed artisti parigini del Decadentismo per la popolarità che ebbe in Francia alla fine di quel secolo e all’inizio del successivo, fino alla sua proibizione nel 1915. Carlo Dossi, nelle sue Note Azzurre, dice che Rovani, il romanziere della scapigliatura, faceva un uso smodato di assenzio. La marca di assenzio più conosciuta nel mondo era la Pernod Fils.

Il Parlamento europeo ha da poco votato una legge a seguito di una proposta della commissione per la sanità pubblica e la salute abrogando la definizione della parola assenzio.

Il presente documento stabilisce anche il tasso minimo di anetolo 0,5 grammi per litro e il tujone ad un tasso tra i 5 e i 35 milligrammi.

I produttori francesi hanno appreso con disappunto il risultato della votazione, mettendo in risalto la frode possibile per i consumatori.

“Baudelaire si rivolterebbe nella tomba!” ha detto il deputato UMP Françoise Grossetête prima di continuare dicendo che “Ammettere di commercializzare un drink sotto il nome commerciale ‘assenzio’, senza fare in modo che la pianta con lo stesso nome sia utilizzata è ovviamente una frode.”

Quindi non chiamando l’assenzio con il suo nome originale i produttori tedeschi e svizzeri, che poco sanno riguardano l’autenticità della ricetta, ne benificerebbero creando anche delle proprie IGP.

Bocciata la proposta della Commissione, a Bruxelles non resta che presentarne un’altra, con la speranza di mettere finalmente tutti d’accordo su questa bevanda permessa nella Ue dal 1991, ma non ancora disponibile in tutti gli Stati membri.

L’abuso di alcol è pericoloso per la salute. Consumare con moderazione

Fabio Renzetti

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Cocktails speziati… per le Spice! 

Filed under: cocktails e dintorni il 20 marzo 2013 da Fabio | 3 commenti

In occasione dell’ultima riunione delle Spice girl, Harvey Nichols ha presentato una vasta gamma di cocktails per abbinarli ciascuno alle personalità della ragazze della sempre popolare girl band.

Questi spettacolari cocktail a base di champagne sono stati realizzati da Domenico Jacobs, Fifth Floor Bar Manager che ha avuto l’arduo compito di analizzare ogni personalità in modo che la ricetta corrisponda esattamente ad ognuna delle ragazze.

I Cocktails sono venduti al prezzo di £ 14,50 ciascuno e clienti ne possono godere la preparazione e la degustazione fino alla fine di aprile.

Ogni cocktails abbinato alle ragazze è completamente diverso: quello per Emma Bunton presenta una purea di pesche e fragole fresche mescolate con champagne per abbinata alla sua dolce personalità.

Per Gerri Halliwell la ricetta include un pizzico di zenzero per le ovvie ragioni …con una decorazione di un peperoncino fresco!

E, infine, Victoria Beckham il drink è abbinato alla sua classe includendo nella ricetta grappa di albicocca e pompelmo amaro elegantemente avvolti in un fiocco nero.

Avete una vostra storia sul mondo del bar o su alcuni cocktails da voi creati o qualsiasi cosa del mondo dell’hospitality che volete condividere con noi? Contattaci alla seguente email blog@bar.it e partecipa attivamente alle nostre iniziative…

Fabio Renzetti

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Fernet Branca… digestimola! 

Filed under: Prodotti il 16 marzo 2013 da Antonella | 7 commenti

Uno dei Re indiscussi del panorama amaristico nazionale e mondiale; con ricche note amare e un retrogusto delicatamente speziato: ogni singola componente ha un sapore differente, che dà un tono deciso al gusto di Fernet-Branca.

Orgogliosamente amaro fin dalla sua nascita, sin dal 1845 Fernet-Branca viene prodotto secondo la ricetta originale, un segreto che si tramanda di generazione in generazione per continuare ad essere il vero Amaro Italiano.

Fernet-Branca non è solo un amaro, è una vera e propria leggenda: la sua formula è uno dei segreti meglio custoditi al mondo, segreta fin dall’origine poiché chi raccoglie le spezie non ne conosce i quantitativi.

Oggi l’unico custode del segreto di Fernet-Branca è il Presidente Niccolò Branca, il quale si occupa personalmente del dosaggio delle spezie durante il processo produttivo.

La ricetta di Fernet-Branca è un vero e proprio orgoglio, la dimostrazione di come la tradizione e il sapere ultracentenario sia il segreto del suo successo.

Uno degli ingredienti speciali è la mirra è una gommaresina aromatica, estratto da un albero o arbusto del genere Commiphora di cui ne esistono più di cinquanta specie, ripartite sulle rive del Mar Rosso, in Senegal, in Madacascar e in India.

La specie più utilizzata per la produzione della Mirra è la Commiphora Myrrhis, un tempo nota come Myrrhis odorata, e oggi diffusissima nel cosiddetto Corno D’Africa, la penisola a forma di triangolo sul lato est del continente Africa: alla fine dell’estate l’arbustosi copre di fiori e sul tronco compaiono una serie di noduli, dai quali cola la mirra in piccole gocce gialle.

Contribuiscono numerose piante alla formazione di questo amaro: dal tiglio alla “Galanga minore”, o “Alpina Officinarium”, la camomilla, la cannella, lo zafferano, l’ireos, la genziana, l’arancio e chissa quante altre!

Il gusto unico di Fernet-Branca, prende corpo innanzitutto da una attenta e meticolosa selezione delle materie prime, che vengono acquistate direttamente nelle terre di origine.

Arrivate in stabilimento le erbe che entrano nel processo produttivo vengono dosate manualmente, al fine di mantenere segreta la composizione della formula.
Alcune materie prime, ad esempio camomilla e aloe, vengono trattate a caldo a dare decotti ed estratti, altre invece vengono preparate in forma di infusione alcolica.

Un prodotto superlativo che riesce a portare la bandiera italiana fieramentee in tutto il mondo!

Antonella Ciccarelli

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Il bar dei gatti! 

Filed under: Top bar il 11 marzo 2013 da Antonella | 4 commenti

Il primo ad avere l’idea fu il Cat Paradise di Taipei, a Taiwan, ma poi la tendenza si è diffusa anche nel vicino Giappone (complici i rigidi regolamenti condominiali che impediscono alla maggioranza dei giapponesi di tenere un animale domestico), al punto che oggi i Neko Café («neko» significa «gatto» in giapponese), altrimenti noti come «Cat Café», sono oltre un centinaio in tutto il Paese (39 solo a Tokyo, dove i due più famosi sono il Cat Cafè Nekorobi e il Cat Cafè Calico) , anche se, dopo l’allarme degli animalisti sul possibile stress a cui verrebbero sottoposti i gatti dal continuo contatto con gli umani, le autorità stanno pensando di inasprire le norme riguardanti l’esibizione pubblica degli animali.

I cat cafè sono dei locali dedicati ai gatti dove l’atmosfera è rilassante e per 7 euro l’ora i clienti, dopo essersi tolti le scarpe e lavati le mani, possono coccolare i mici che girano indisturbati per il café, salendo sui tavoli o spaparanzandosi sui divanetti (ma se dormono non possono essere svegliati).

Impensabile però che la moda dei Cat Café potesse restare confinata nel Sol Levante e infatti l’idea è sbarcata anche in Europa. L’anno scorso Vienna è stata la prima città del vecchio Continente ad aprire un locale simile (il Café Neko, in Blumenstockgrasse 5 , grazie alla proprietaria, la giapponese Takako Ishimitsu).

Londra potrebbe seguirla a breve: grazie infatti alla generosità dei lettori del quotidiano The Independent, a cui aveva raccontato la sua iniziativa all’inizio di gennaio , l’imprenditrice 30enne Lauren Pears è riuscita a raccogliere oltre 109mila sterline di donazioni sulla sua pagina indiegogo.com (piattaforma internazionale di crowd-funding) e ha già individuato una proprietà nell’area londinese di Old Street che sarebbe perfetta per il suo Cat Cafè, dove dal prossimo maggio potrebbero essere ospitati fra i 10 e i 15 gatti provenienti dalla Mayhew Animal Home di Kensal Green (zona nord-occidentale di Londra).

Gli animalisti britannici sembrano decisamente freddini di fronte all’iniziativa di derivazione jap, infatti credono che i gatti sarebbero molto più felici se stessero in una famiglia e in una casa piuttosto che a contatto con un gruppo di persone che cambia di continuo e sono anche preoccupati per il fatto che se uno di questi gatti un giorno si smarrisse, non potrebbe sopravvivere a lungo per strada.

Il mio dubbio sta anche nel fatto che gli animali girando nel locale possano lasciare peli ed escrementi, e non che cosa d’altro che poi possa venire a contatto con i cibi e le bevande.
Voi cosa ne pensate?
Antonella

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Educazione sibillina 

Filed under: miti passati e presenti il 5 marzo 2013 da Cecco da Ascoli | 17 commenti

Nelle zone sibilline, nei tempi passati, sussistevano, e in parte resistono ancora adesso, dei metodi educativi in aggiunta a quelli tradizionali. A volte infatti non bastava l’educazione impartita dalla scuola o dalla parrocchia e le famiglie intervenivano per educare i bambini e i ragazzi a non comportasi in un certo modo e a non frequentare determinati posti, soprattutto in ore notturne.

Per fare ciò si ricorreva a degli strani protagonisti sempre inventati dalla sapienza popolare.
Per i più piccoli c’era “lu marosciu”, un animale mostruoso mai visto da nessuno ma sempre pronto ad intervenire in caso di determinati comportamenti. Se il bambino voleva andare in un luogo vietato interveniva subito un famigliare che gli diceva: “Vai, vai, la c’è lu marosciu”.

Questo serviva per impedire ai bambini di uscire di notte e soprattutto li convinceva a non andare in luoghi per loro pericolosi (per esempio la stalla del maiale o quella del toro).

Per i più grandicelli c’erano “li mazzamurelli”, anche questi mai visti da nessuno, si diceva che fossero tipo folletti celtici, i quali bussavano alle porte o alle finestre, senza farsi vedere, per avvertire che nella casa da loro individuata, in caso di comportamenti scorretti, si sarebbero verificate spiacevoli vicende.

Questo serviva per tenere a bada i ragazzi intenzionati a compiere avventure poco tranquillizzanti. Anche in questo caso interveniva subito un famigliare per fare notare al ragazzo indisciplinato che “lu mazzamurellu” aveva bussato per lui.

Sembra strano ma di fronte a questi richiami i ragazzi pensavano, meditavano e modificavano il loro modo di comportarsi.
Per i grandi c’era “lo tristo”, questo non era un vero e proprio personaggio ma era qualcosa di terrificante, a volte luminoso, a volte rumoroso, altre volte ombreggiante. “Lo tristo” di preciso non è stato visto mai da nessuno ma le storie ad esso relative, raccontate alla sera vicino al fuoco, erano sempre spaventose. Anche questi racconti servivano per educare la gente a non andare in giro di notte.

C’era poi, dentro una stanza buia, un uomo-animale, “lu lupumanà” (il lupo mannaro) che metteva veramente paura a tutti, specialmente ai bambini. Molte persone dicevano (per spaventare) di aver visto quell’essere deforme e lo descrivevano sempre con particolari raccapriccianti: peloso, con unghie taglienti e denti enormi. Di sicuro mai nessuno lo ha visto veramente ma una cosa è certa, in quella stanza buia, magari piena di “tesori”, nessuno aveva il coraggio di andarci.

Nelle zone sibilline, specialmente nella campagna, c’era molto rispetto per i defunti e a nessuno era permesso di scherzare su questo argomento. Se qualcuno non portava considerazione nei confronti delle persone morte veniva subito minacciato dell’arrivo della “pantafaca”. Questa era, secondo coloro che la invocavano, l’anima di un defunto che tornava a camminare sulla pancia di coloro che offendevano i morti.

Molti giurano di averla sentita camminare sulla pancia e di aver sentito un senso di soffocamento quando questa arrivava al collo. Forse la pantafaca non esiste ma quante notti insonni pensando ad essa.

Sembra incredibile ma questi racconti e questi “personaggi” erano molto educativi, evidentemente anche perché venivano evocati da persone serie (in genere padri e nonni).
Le madri, invece, si sono sempre fidate dell’educazione del prete.

Cecco d’Ascoli
Giuseppe Matteucci
Pres. Associazione
“La Cerqua Sacra”
Cultura Popolare Sibillina
lacerquasacra@email.it

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Figurine Panini, la tradizione continua…. 

Filed under: miti passati e presenti il 25 febbraio 2013 da Maurizio il Giardiniere | 13 commenti

“C e l’ho, ce l’ho, mi manca…. “
Alzi la mano chi da bambino non ha mai fatto uso di queste magiche parole durante gli interminabili scambi di figurine doppie con un amico .

Forse non tutti si sono resi conto, però, che abbiamo rischiato di vedere i nostri bambini scambiarsi per la prima volta figurine di calciatori senza lo storico marchio Panini.

Infatti, nell’ambito di una mini asta, la Lega di Serie A ha ricevuto 3-4 offerte tra cui anche quella molto alta dell’americana Topps che è già produttrice delle figurine della Premier League (il campionato di serie A inglese).

Se non fosse stato per un’energica offerta al rialzo dell’azienda modenese , forte dell’incremento dei ricavi degli ultimi anni, il campionato di calcio della stagione in corso sarebbe stato il primo senza il mitico marchio Panini sulla raccolta delle figurine.

Le figurine Panini, al pari del flipper e del calcio balilla, è una di quelle cose che, nonostante l’avvento delle attuali tecnologie, resiste senza traballare alla sfida con video giochi e “app” per smartphone.

Tutto cominciò quando, nel 1960, i fratelli Giuseppe e Benito Panini acquistarono un lotto di vecchie figurine invendute delle edizioni milanesi Nannina. Imbustarono il tutto in bustine bianche con cornicette rosse con due figurine ciascuna e le vendettero a 10 lire l’una. Il successo fu enorme e inaspettato: 3 milioni di bustine vendute!

L’anno successivo i Panini decisero di fare tutto con i loro mezzi, stamparono le figurine e crearono il primo album per la loro raccolta. Sulla copertina del primo album comparve Nils Liedholm, attaccante del Milan, mentre la prima figurina stampata fu quella dell’interista Bruno Bolchi.

Le vendite furono quintuplicate e i milioni di bustine vendute furono 15. Era ufficialmente nata la collezione Calciatori, era nato il mito Panini!!

Nei primi dieci anni della raccolta le figurine si attaccavano con la colla.
Ogni squadra di Serie A era raffigurata con quattordici giocatori e in molti casi si vede che le figurine non erano altro che fotografie in bianco e nero colorate a mano.

Le collezioni si arricchirono ogni anno di novità e fu così che arrivarono i calciatori della serie B (1963-64), gli scudetti delle squadre di Serie C, i quali (insieme agli altri di serie A e B) erano laminati in argento e autoadesivi (1967-68), poi con la stagione 1971-72 arrivarono le altrettanto mitiche celline a sostituire la colla; erano dei triangolini biadesivi da apporre sul retro della figurina per attaccarla all’album e venivano inserite in alcune bustine insieme alle figurine.

Arrivò anche la bontà premiata: si raccoglievano le “valide”, le “bisvalide”, e le inarrivabili “pentavalide”; si spedivano alla Panini, loro regalavano un cane a un cieco e a noi ci spedivano in dono un pallone di fiabesco Vero Cuoio o delle bellissime magliette da calciatore, ma la raccolta delle valide era molto più difficile della raccolta delle figurine!

Negli anni ’70 si passò dal classico mezzobusto all’immagine intera del calciatore e poi alla foto del calciatore in azione. Quella del 1972-73 è la stagione d’esordio delle figurine delle squadre schierate per la Serie C; ogni tanto, ma senza continuità, compaiono anche immagini dedicate agli allenatori, ai protagonisti del mondo del pallone (dirigenti FIGC, arbitri, telecronisti) oppure (nel 1972-73) dei presidenti dei club.

Le novità arrivavano ogni anno, ma arrivò, ahime’, anche la crisi. All’inizio degli anni novanta l’azienda viene ceduta al gruppo Maxwell e cade in una crisi ancor più grave; nel 1992 viene acquistata da Bain Gallo Cuneo e dalla De Agostini e inizia ad uscire dalla crisi.

Nel 1994 la Panini viene acquistata dal Marvel Entertainment Group: il management viene però interamente confermato e la gestione rimane italiana.
L’8 ottobre 1999 l’azienda torna di proprietà italiana grazie a un’operazione realizzata dalla Fineldo SpA, finanziaria di Vittorio Merloni.

Siamo arrivati alla stagione 2012-2013 e dopo essere passati tra figurine rare (epica quella di Pier Luigi Pizzaballa), copertine degli album con fantastiche e acrobatiche rovesciate come quella di Carlo Parola, dopo oltre 20 miliardi di figurine vendute ma, soprattutto, dopo più di 50 anni in cui le figurine “Calciatori” Panini hanno rappresentato e rappresentano un must per tutti gli appassionati e i tifosi di calcio italiano, loro, quei magici rettangolini da attaccare su splendidi album da collezionare, loro, le figurine Panini sono ancora qui, il mito continua…..

Maurizio il Giardiniere

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La scoperta dei corn flakes 

Filed under: Non categorizzato, Prodotti il 20 febbraio 2013 da Antonella | 11 commenti

I corn flakes fecero la loro prima apparizione nel tardo XIX secolo, quando un gruppo di avventisti del settimo giorno iniziò a sviluppare un nuovo cibo che rispettasse le regole della loro severa dieta vegetariana.

I membri di questo gruppo sperimentarono molti cereali diversi, tra cui grano, riso, avena e, ovviamente, mais. Nel 1894 il dottor John Harvey Kellogg, soprintendente di un sanatorio a Battle Creek (Michigan), e avventista, usò questa ricetta nella dieta vegetariana imposta ai suoi pazienti, che escludeva anche alcolici, tabacco e caffeina.

La dieta che imponeva era costituita solamente da cibi insipidi: era infatti un sostenitore dell’astinenza sessuale e seguiva i precetti di Sylvester Graham che riteneva che i cibi dolci o piccanti potessero aumentare le passioni, mentre i corn-flakes avrebbero avuto un effetto anti-afrodisiaco.

Questa idea dei corn flakes cominciò con un incidente, quando il Dr. Kellogg e suo fratello, Will Keith Kellogg, lasciarono un po’ di semi di grano cotto a raffreddare, mentre risolvevano dei problemi al sanatorio. Quando ritornarono, videro che il grano era diventato raffermo, ma dato che avevano un budget ristretto, decisero di continuare a lavorarlo appiattendo il grano con dei rulli, sperando di ottenere lunghe sfoglie di impasto.

Con loro sorpresa, quello che ottennero invece furono flakes (fiocchi), che tostarono e servirono ai loro pazienti. Questo accadde approssimativamente il 14 aprile del 1894, e il 31 maggio il prodotto fu brevettato con il nome di Granose.

I fiocchi di grano, serviti con del latte, divennero ben presto un cibo molto popolare tra i pazienti, tanto che i fratelli Kellogg cominciarono a sperimentare la ricetta con altri cereali. Nel 1906, Will Keith Kellogg, che lavorava come direttore amministrativo del sanatorio, decise di lanciare il prodotto sul mercato, fondando una sua azienda, la Kellogg’s.

Per fare ciò, litigò con il fratello a riguardo dell’aggiunta dello zucchero nei fiocchi per rendere il sapore più gradevole e adatto ad un pubblico più vasto. I corn flakes furono il suo primo prodotto commercializzato. Per aumentare le vendite, nel 1909 aggiunse una offerta speciale, il Libretto divertente degli animali scomponibili della jungla, dato a chiunque comprasse due confezioni di cereali. Questo stesso premio fu offerto per 23 anni.

Un successo planetario con cui si fa colazione ormai in tutto il mondo!

Antonella

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